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Rapporto competitività 2021

Il nuovo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi di Istat che permette di fare il punto della situazione in dettaglio su come sono andate le cose nel corso del 2021, un anno duro, oltre che per il Turismo, anche per il settore manifatturiero, che ha dovuto registrare un calo dell’11,1% del valore del fatturato rispetto all’anno precedente.

L’impatto della crisi sui settori produttivi è stato comunque estremamente eterogeneo, anche a causa della selettività dei provvedimenti di contenimento del contagio.

Il calo del fatturato annuo risulta leggermente più accentuato per i servizi rispetto alla manifattura, ma è proprio nel terziario che ha manifestato gli effetti più severi, in particolare nei comparti legati al turismo. La composizione merceologica e geografica delle esportazioni settoriali non ha subito variazioni di rilievo, se non nelle settimane interessate dalle chiusure amministrative, in occasione delle quali si è osservato un marcato aumento dell’incidenza dei beni farmaceutici, alimentari e chimici, riassorbito nell’arco di pochi mesi.

Anche dai risultati di indagini qualitative ad hoc emerge come tra gli imprenditori sia prevalsa la percezione di una interruzione solo temporanea dei flussi commerciali e delle catene del valore, che ha portato a modificare solo marginalmente sia le tipologie dei prodotti venduti all’estero, sia il numero di fornitori esteri.

Una simulazione basata sulle tavole input-output evidenzia come la flessione complessiva del valore aggiunto sia stata determinata per circa tre quarti dal crollo della domanda finale interna (soprattutto nel terziario), e per meno di un quinto dalla caduta della domanda estera, la cui incidenza è però elevata in alcuni settori manifatturieri.

La reazione delle imprese

Alla crisi le imprese hanno reagito in modo molto differenziato. Circa il 30% è rimasto “spiazzato”, non avendo ancora attuato una strategia di difesa; un quarto ha reagito introducendo nuovi prodotti, diversificando i canali di vendita e di fornitura (anche attraverso il passaggio a servizi on line e di e-commerce) e intensificando le relazioni produttive con altre imprese. Un quinto ha riorganizzato profondamente processi e spazi di lavoro, orientandosi verso la transizione digitale o l’adozione di nuovi modelli di business. L’esigenza di distanziamento sociale e l’affermarsi dello smart working hanno infine favorito la diffusione di investimenti in server cloud e postazioni di lavoro virtuali e di quelli in software per la gestione condivisa di progetti.

Si è accentuato il divario tra i sentieri di sviluppo delle imprese: quelle che prima della crisi risultavano più dinamiche (ad esempio per investimenti in organizzazione, capitale umano, tecnologia) sembrano reagire meglio alla crisi in atto, attraverso la riorganizzazione produttiva, l’introduzione di nuovi beni, l’avvio di nuove relazioni con altri soggetti, l’intensificazione della transizione digitale. Una “mappa della solidità” delle imprese indica che circa il 45% di esse è strutturalmente a rischio: esposte a una crisi esogena, subirebbero conseguenze tali da metterne a repentaglio l’operatività. Queste imprese sono numerose nei settori a basso contenuto tecnologico e di conoscenza. All’opposto, solo l’11% risulta solido, ma spiega quasi la metà dell’occupazione e oltre due terzi del valore aggiunto complessivi.

La crisi ha inciso anche sulle strategie di finanziamento delle imprese che, per fronteggiare la crisi di liquidità, hanno utilizzato un insieme ampio di strumenti nell’ambito dei quali il credito bancario ha rivestito un ruolo centrale. L’insolvenza di molte imprese, che costituisce il principale rischio nei mesi a venire per il sistema produttivo italiano, aumenta l’esposizione del sistema bancario a possibili trasmissioni dello shock dal segmento non finanziario, implicando possibili tensioni sia sui bilanci delle banche, sia sui rapporti banca-impresa.

Nel Rapporto si spiega che nel corso del 2021 l’indice in valore del fatturato della manifattura ha registrato un calo dell’11,1% rispetto al 2020, con diminuzioni analoghe sul mercato interno (-11,1%) e su quello estero (-11,3%), dovute in buona parte al crollo del secondo trimestre (circa -30% su base tendenziale). Il fatturato delle imprese manifatturiere ha registrato una diminuzione tendenziale molto accentuata per i beni strumentali (-10,7%) e per quelli intermedi (-9,7%). La flessione è risultata meno marcata per i beni di consumo (-7,6%), nell’ambito dei quali è forte la contrazione per i beni durevoli (-8,9%) e meno accentuata per quelli non durevoli (-7,5%).

Il calo ha riguardato pressoché tutti i settori, ma e stato più deciso nei prodotti della raffinazione (-34,7%), nelle filiere del tessile-abbigliamento-pelli (tra il -15 e il -30%) e nei comparti di metallurgia, prodotti in metallo, stampa, macchinari e autoveicoli, con contrazioni superiori al 10% dovute soprattutto (ad eccezione della metallurgia) al ridursi della domanda estera.

La versione congiunturale dell’ Indicatore sintetico di competitività (ISCo) misura il posizionamento di ciascun settore nell’ambito della dinamica della manifattura, prendendo in considerazione tre indicatori elementari: la produzione industriale, il fatturato estero e il grado di utilizzo degli impianti. Con riferimento al 2020 l’ISCo evidenzia una tendenza alla divaricazione della performance relativa dei settori: quelli che l’anno precedente avevano registrato dinamiche migliori (ad es. alimentari, bevande, elettronica) hanno poi manifestato una maggiore tenuta mentre quelli già meno performanti (ad es. tessili, abbigliamento, pelli, automobili) hanno continuato a perdere terreno. Tale tendenza si e invertita almeno in parte nel quarto trimestre 2021. Un esame delle singole componenti dell’indicatore ne evidenzia in modo chiaro la dinamica fortemente negativa nell’ultimo anno: anche i settori per i quali l’ISCo segnala miglioramenti relativi di performance hanno in realtà registrato cali nella produzione industriale, nel fatturato esportato e nel grado di utilizzo degli impianti.

Export e import della manifattura

La crisi globale ha colpito l’export della manifattura: -12,6% per i macchinari, -19,5% per il tessile, abbigliamento e pelli, -11,6% per i mezzi di trasporto. Sono invece aumentate le esportazioni dei comparti di farmaceutica (+3,8%) e agroalimentare (+1,0% per alimentari, bevande e tabacco, +0,7% per l’agricoltura). Nel 2021 si è determinato un marcato aumento dell’incidenza dei beni relativi ai settori non colpiti dai provvedimenti di chiusura (quali il farmaceutico, l’alimentare, il chimico); tale aumento è stato riassorbito nell’arco di pochi mesi. In modo simmetrico, le quote di prodotti dei comparti di autoveicoli, abbigliamento, pelli, mobili si sono rapidamente riportate ai livelli precedenti.

Con riferimento alle importazioni, sono crollati gli acquisti di petrolio greggio (-45,6%), gas naturale (-35,8%), prodotti della raffinazione (-36,7%) e autoveicoli (-27,5%), e si sono fortemente ridotti quelli di macchinari (-11,2%) e altri mezzi di trasporto (-18,7%). Sono aumentate le sole importazioni di prodotti tessili (+23,1%), connesse alla produzione di dispositivi di protezione individuale e dei prodotti farmaceutici (+2,1%). Le difficoltà di approvvigionamento e la caduta della domanda internazionale, in particolare nella prima metà dell’anno, non sembrano aver determinato rilevanti cambiamenti nella composizione geografica delle esportazioni italiane, come si rileva dalle variazioni molto contenute dell’indice di concentrazione.

Le indagini qualitative confermano che nel 2021 le imprese manifatturiere hanno modificato di poco le proprie strategie di internazionalizzazione, sia in termini di diversificazione nelle tipologie dei prodotti venduti all’estero, sia in termini di numero di fornitori esteri. Nel 2021 potrebbero dunque aver prevalso orientamenti di attesa dettati dalla percezione di una interruzione solo temporanea dei flussi commerciali e delle catene del valore. Tra le imprese che, per scelta strategica o necessità, hanno modificato la componente merceologica del proprio export o il numero di fornitori esteri, i casi di riduzione tendono a prevalere su quelli di aumento. Con riferimento al numero di prodotti esportati ciò avviene in tutte le aree geografiche considerate; tale tendenza è comune a tutte le classi dimensionali. Le aree per le quali si registra una più accentuata diminuzione netta delle tipologie di prodotto esportate sono i paesi europei non Ue, la Cina e gli altri paesi asiatici.

Il rapporto con i fornitori

Riguardo invece all’esigenza di modificare il numero dei fornitori, va registrato un saldo netto positivo (tra segnalazioni di aumento e di diminuzione) verso l’Ue (per le imprese di media e grande dimensione) e la Cina (per le sole imprese di grande dimensione). Le piccole imprese, al contrario, segnalano una tendenza a ridurre il numero di fornitori esteri a vantaggio di quelli in Italia. Una simulazione basata sulle tavole input-output nazionali e internazionali mostra che la caduta del valore aggiunto (-7,9%) deriva per 5,7 punti percentuali dalla flessione dei consumi interni, per 0,8 punti dalla contrazione degli investimenti e per 1,4 punti percentuali dalla componente importata. Tra i servizi, nei comparti dell’alloggio e ristorazione (-39,6% di valore aggiunto), dei servizi professionali (-8,2%) e della produzione di beni d’investimento (-11,3%) la caduta della domanda interna spiega la quasi totalità della flessione del valore aggiunto. La componente estera avrebbe pesato per il 43% sulla caduta complessiva nel tessile, abbigliamento e pelli, poco meno del 40% nei minerali non metalliferi e intorno al 30% negli alimentari, bevande e tabacco e nel legno.

Reazione e fragilità strutturale: l’impatto della crisi sulle imprese

Secondo i risultati della seconda indagine su “Situazioni e prospettive delle imprese a fine 2021 il 32,4% delle imprese con almeno 3 addetti riteneva ancora compromesse le proprie possibilità di sopravvivenza nei primi sei mesi del 2021; il 62% prevedeva ricavi in diminuzione e meno del 20% riteneva di non avere subito conseguenze o di aver tratto beneficio dalla crisi. La crisi ha colpito soprattutto le unità di piccola e piccolissima dimensione: a fine 2021 si dichiaravano a rischio oltre il 33% delle microimprese (3-9 addetti), il 26,6% delle piccole (10-49 addetti), il 15,1% delle medie (50-249 addetti) e il 10,7% delle grandi (250+ addetti).

Per il 58,1% delle imprese con almeno 3 addetti il principale vincolo alla ripresa nel primo semestre del 2021 è la diminuzione della domanda nazionale; per il 19,2% quella della domanda estera, per il 34,1% il rischio di illiquidità, cui provvedere anche attraverso nuove fonti di finanziamento (in particolare l’accensione di nuovo credito bancario). La quota di chi segnala seri rischi di chiusura è elevata nelle attività delle agenzie di viaggio (oltre 73%), in quelle artistiche e di intrattenimento (oltre 60%), nell’assistenza sociale non residenziale (circa 60%), nel traporto aereo (59%), nella ristorazione (55%). Nel comparto industriale risaltano le difficoltà della filiera della moda: abbigliamento (oltre 50%), pelli (44%), tessile (35%).

Chi opera sui mercati esteri resiste meglio alla crisi. Forme di internazionalizzazione avanzate (esportazione su scala globale, appartenenza a gruppi multinazionali) si associano a minori rischi di chiusura, problemi di liquidità, di domanda o di approvvigionamento. In tale contesto emerge la tenuta decisamente maggiore delle imprese appartenenti a gruppi multinazionali. Quasi 300mila unità (circa il 30% del totale con almeno 3 addetti), in prevalenza microimprese industriali e dei servizi alla persona, non avevano ancora attuato concrete strategie di difesa. Il 25,8% (circa 260mila unità) ha reagito introducendo nuovi prodotti, diversificando i canali di vendita e di fornitura (anche con servizi online e di e-commerce), intensificando le relazioni produttive con altre imprese; il 20,9% (circa 213mila) ha riorganizzato processi e spazi di lavoro, accelerato la transizione digitale, adottato nuovi modelli di business; il 16% (oltre 160mila unità) ha ridotto i fattori produttivi o differito i piani di investimento.

digitalizzazione

L’evoluzione della crisi ha accelerato la trasformazione digitale, favorendo la diffusione di investimenti in server cloud e postazioni di lavoro virtuali (ora nel 27% delle imprese), software per la gestione condivisa di progetti (ora al 19%) e, dal lato della vendita, il ricorso all’e-commerce (17,4% delle imprese). Si è anche accentuato il divario tra i sentieri di sviluppo delle imprese: tra le oltre 215mila unità con almeno 10 addetti, quasi 60mila che nel 2018 risultavano “dinamiche”, ad esempio per investimenti e transizione digitale, stanno reagendo con successo alla crisi in atto, accrescendo la distanza con le circa 68.500 che, già tendenzialmente “statiche”, si confermano tali nella nuova recessione. Queste ultime, per lo più di piccola dimensione, sono presenti in tutti i settori produttivi ma risultano relativamente più diffuse nelle costruzioni, nel commercio, nella ristorazione, nelle attività di intrattenimento e in altri servizi alla persona.

Il rischio strutturale

Una “mappa del rischio strutturale” del sistema produttivo, elaborata a partire dalle indagini sugli effetti della crisi, indica che il 45% delle imprese con almeno 3 addetti (rappresentative del 20,6% dell’occupazione e del 6,9% del valore aggiunto complessivi) è a “rischio strutturale”: esposte a una violenta crisi esogena, subirebbero conseguenze tali da metterne a repentaglio l’operatività. Solo l’11% è solido, ma genera il 46,3% dell’occupazione e il 68,8% del valore aggiunto totali. Nei servizi risulta strutturalmente fragile o a rischio circa il 50% delle imprese, con picchi elevatissimi in alcuni settori a bassa intensità di conoscenza: ristorazione (95,5%), servizi per edifici e paesaggio (90%), altre attività di servizi alla persona (92,1%), assistenza sociale non residenziale (85,6%), attività sportive e di intrattenimento (85,5%). Nell’industria quote elevate si osservano in alcuni comparti a basso contenuto tecnologico: legno (79,7%), costruzioni specializzate (79,7%), alimentari (78,5%), abbigliamento (73,2%).

Una parte non trascurabile di imprese fragili reagisce attivamente alla crisi riorganizzando processi, spazi, input di lavoro: nella manifattura, accade soprattutto nei settori di stampa ed editoria (circa il 21% delle imprese), carta (17,4%), elettronica (17,8%), apparecchiature elettriche (16,2%); nel terziario, in quelli di servizi postali e corriere (28,8%), attività culturali (24,5%), pubblicità e ricerche di mercato (17,4%). La crisi ha avuto un impatto anche sulle strategie di finanziamento delle imprese che, per fronteggiare la crisi di liquidità, hanno utilizzato un insieme ampio di strumenti tra i quali il credito bancario ha svolto un ruolo centrale. Tali strategie appaiono però transitorie: per il 60,5% delle imprese l’attivo rimarrà la principale fonte di finanziamento anche nel primo semestre del 2021, e dovrebbe proseguire la tendenza al deleveraging osservata nel periodo pre-crisi.

L’occupazione: la situazione territoriale

Considerando l’occupazione, circa un terzo degli addetti totali (32,6%) è impiegato in imprese a rischio Alto o Medio-alto. Delle nove regioni nelle quali tale quota supera il 40%, sette sono nel Mezzogiorno (Basilicata, Calabria, Abruzzo, Sardegna, Molise, Sicilia e Campania), una nel Centro (Umbria) e una nel Nord (Valle d’Aosta). Un indicatore territoriale di “rischio combinato” (sintesi del rischio per imprese e addetti) mostra che la crisi accentua il divario tra le aree geografiche: delle sei regioni il cui tessuto produttivo risulta ad alto rischio, cinque appartengono al Mezzogiorno, (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Sardegna) e una al Centro (Umbria) mentre le sei a rischio basso sono tutte nell’Italia settentrionale (Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento). Si riscontrano tuttavia vulnerabilità anche in aree del Centro (Toscana, Lazio e Umbria) e del Nord (Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano).

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