Addio Big Mac nuovo Best Burger con Ghali

Che cosa canta Ghali, il rapper che piace a nonni e nipoti, nel disco “Wallah” appena uscito? “Lo capisci solo se lo provi”, che è poi lo slogan del Best Burger, nome in codice dato all’ultima incarnazione del Big Mac, un restyling rivoluzionario del panino-simbolo cotto e mangiato in tutto il mondo. Un cambio di gusto “epocale”, assicura l’amministratore delegato di McDonald’s Italia Dario Baroni, “e una riduzione del 30% dei tempi di attesa. Un modo per alzare la qualità senza rinunciare alla nostra storia. Un panino più caldo, più soffice, più bello anche da vedere”.

Come sempre, quello che riguarda la multinazionale degli hamburger ha proporzioni gigantesche: 25.000 impiegati, un milione di consumatori, settantamila ore di formazione del personale per far “digerire” i cambiamenti richiesti dalla preparazione ed estenderli ai 610 McDonald’s italiani uno alla volta (ma l’operazione è partita anche in Austria, Svizzera, Spagna e si svilupperà in tutto il pianeta, cioè cento nazioni con 36.000 ristoranti), più una campagna diffusa su ogni possibile media, compresi digital e Spotify. Mesi di riflessioni e di prove con il timore di scontentare qualche nostalgico, ma alla fine quello che conta è il sapore. Domanda: il nuovo Big Mac è meglio del vecchio?

La prova assaggio offerta in anteprima nel ristorante di Assago, Milano, si è svolta come una degustazione di alto livello, con un serio confronto tra i due burger: tatto (per valutare il calore quando il panino è ancora nella sua scatola), vista (come appare rispetto alle foto), olfatto (profumo del pane), gusto, ovviamente (morbidezza, possibilità di distinguere i vari sapori della ricetta) con l’analisi del primo morso, e persino udito, perché il cetriolo scrocchia. La visita in cucina, dove non ci sono gesti sprecati, ha svelato alcuni piccoli segreti, un mix di tecnologia e fattore umano, dettagli che, messi assieme, fanno la differenza (e che vi raccontiamo): il pane, soffice, più tostato e bombato, ha un bel colore bruno, è meno perfetto e anche i semi di sesamo sono un tantino disordinati, il che gli regala un’aria artigianale; gli hamburger cuociono in gruppi di 6 anziché 8, le piastre distribuiscono il calore con maggiore intensità e la carne appare succosa già al primo sguardo; la cipolla tritata tende al caramellato, l’insalata, inserita da frigo, arriva nel piatto senza essere stata disidratata; la temperatura del formaggio è di quindici gradi: così, né freddo né caldo si amalgama meglio; la pistola sparasalsa ha cinque buchi anziché tre con l’effetto di rendere il condimento più omogeneo e cremoso. Il risultato è difficile da spiegare perché la ricetta è sacra, gli ingredienti sono sempre gli stessi, come le proporzioni e i fornitori: ”Lo capisci solo se lo provi”, appunto.

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